Ubiquinolo vs ubiquinone

Ubiquinolo e Ubiquinone: la forma ridotta del CoQ10 che fa la differenza

Il coenzima Q10 è uno dei nutraceutici più studiati al mondo, con oltre tre decenni di letteratura clinica alle spalle. Eppure, nella pratica quotidiana, una distinzione fondamentale viene spesso trascurata: non tutto il CoQ10 è uguale. La molecola esiste in due forme — ubiquinone (ossidata) e ubiquinolo (ridotta) — e la proporzione tra le due nel sangue ha implicazioni cliniche che vanno ben oltre la semplice biodisponibilità.

Uno studio epidemiologico pubblicato nel marzo 2026 ha dimostrato, per la prima volta su larga scala, che lo stato redox del CoQ10 circolante è un predittore indipendente di mortalità per tutte le cause. Un dato che cambia la prospettiva sull’integrazione e impone una riflessione più rigorosa sulla scelta della forma da prescrivere.

Lo stato redox del CoQ10 predice la mortalità: lo studio Stürmer 2026

Lo studio condotto da Stürmer e colleghi, pubblicato sulla rivista Antioxidants (DOI: 10.3390/antiox15030343), ha analizzato 1.333 individui della popolazione generale della Germania settentrionale, seguiti per un follow-up mediano di 12,9 anni. Sono stati misurati al basale i livelli sierici di CoQ10 totale, ubiquinolo, ubiquinone e lo stato redox del CoQ10, definito come la percentuale di ubiquinone (forma ossidata) sul CoQ10 totale.

I risultati sono inequivocabili: dopo aggiustamento per sesso, età, BMI, fumo, pressione sistolica, colesterolo totale e trigliceridi, un più alto stato redox del CoQ10 — cioè una maggiore proporzione di ubiquinone rispetto all’ubiquinolo — si associava indipendentemente a un rischio più elevato di mortalità per tutte le cause:

  • HR 1,18 (IC 95%: 1,02–1,36) per ogni incremento di 1 deviazione standard
  • HR 1,92 (IC 95%: 1,16–3,17) confrontando il terzile più alto con il più basso

In termini clinici, i soggetti con la quota più alta di CoQ10 in forma ossidata avevano un rischio di morte quasi doppio rispetto a quelli con un profilo redox più favorevole. Lo studio suggerisce che una ridotta capacità antiossidante del CoQ10 circolante — riflessa da un eccesso relativo di ubiquinone — possa avere effetti dannosi a lungo termine sulla salute.

Ubiquinone e ubiquinolo: due forme, due ruoli diversi

Per comprendere il significato clinico di questi dati, è necessario richiamare la biochimica del ciclo redox del CoQ10. All’interno dei mitocondri, il CoQ10 alterna continuamente tra le due forme: l’ubiquinone accetta elettroni dai complessi I e II della catena respiratoria, riducendosi a ubiquinolo; il complesso III riossida l’ubiquinolo a ubiquinone, completando il ciclo. Ogni molecola di CoQ10 compie circa 5.000 cicli redox all’ora.

Le due forme svolgono funzioni distinte e complementari:

  • Ubiquinone (CoQ10 ossidato): partecipa alla produzione di ATP nella catena di trasporto degli elettroni. È la forma sintetizzata endogenamente attraverso la via del mevalonato.
  • Ubiquinolo (CoQ10 ridotto, CoQH2): è la forma con attività antiossidante diretta. Protegge le membrane cellulari e le lipoproteine LDL dalla perossidazione lipidica, rigenera la vitamina E e partecipa al mantenimento dell’omeostasi redox extramitocondrica.

Nel plasma sano, circa il 95% del CoQ10 circolante si trova in forma ridotta (ubiquinolo). Quando questa proporzione diminuisce — come avviene con l’invecchiamento, le malattie croniche o l’uso di statine — la capacità antiossidante complessiva si riduce, e lo stato redox si sposta verso l’ossidazione. È esattamente questo spostamento che lo studio Stürmer ha correlato con la mortalità.

Farmacocinetica a confronto: cosa succede dopo l’ingestione

La scelta tra ubiquinone e ubiquinolo come forma di supplementazione ha generato un dibattito acceso, alimentato da claim di marketing non sempre fondati su dati solidi. Ecco cosa dice la letteratura:

Assorbimento e conversione. Il CoQ10 è altamente lipofilo; l’assorbimento intestinale è lento e dipende dalla presenza di grassi alimentari. Entrambe le forme vengono assorbite nel tenue, ma seguono percorsi diversi: l’ubiquinone viene ridotto a ubiquinolo durante o dopo l’assorbimento; l’ubiquinolo può essere assorbito direttamente nella forma ridotta, purché la formulazione lo protegga dall’ossidazione.

Biodisponibilità. La biodisponibilità del CoQ10 — in qualsiasi forma — dipende più dalla formulazione (carrier lipidico, stato di dispersione cristallina, tecnologia di incapsulamento) che dalla forma chimica in sé. Le formulazioni in softgel con olio vettore mostrano un assorbimento nettamente superiore rispetto alle polveri in capsule secche. Studi comparativi suggeriscono che l’ubiquinolo in formulazione lipidica ottimizzata possa raggiungere concentrazioni plasmatiche più elevate, soprattutto nei soggetti anziani o con capacità di riduzione compromessa.

Stabilità. L’ubiquinolo è intrinsecamente instabile e tende a ossidarsi rapidamente a ubiquinone se non adeguatamente protetto. Le formulazioni di qualità utilizzano capsule softgel fotoresistenti e antiossidanti (come la vitamina E o l’acido ascorbico) per preservare la forma ridotta fino al momento dell’assunzione.

Chi ha più bisogno di ubiquinolo

La capacità dell’organismo di convertire l’ubiquinone in ubiquinolo dipende da un sistema enzimatico (ossidoreduttasi) che richiede selenio, zinco e un apparato mitocondriale efficiente. Quando questo sistema è compromesso, la supplementazione diretta con ubiquinolo diventa razionalmente preferibile. Le categorie a maggior rischio di deficit funzionale includono:

  • Soggetti oltre i 40 anni. La sintesi endogena di CoQ10 declina progressivamente con l’età, con riduzione parallela della capacità di riduzione enzimatica. Dopo i 40 anni, la concentrazione tissutale di CoQ10 — particolarmente nel miocardio — diminuisce in modo significativo.
  • Pazienti in terapia con statine. Le statine inibiscono la HMG-CoA reduttasi, enzima chiave della via del mevalonato che è anche responsabile della sintesi endogena di CoQ10. Questo doppio effetto — riduzione della produzione e potenziale compromissione della capacità redox — rende la co-supplementazione con CoQ10 un intervento razionale e, secondo molti autori, necessario.
  • Pazienti con insufficienza cardiaca. Il miocardio insufficiente presenta livelli tissutali di CoQ10 ridotti, correlati alla gravità della disfunzione ventricolare sinistra. In questo contesto, il deficit bioenergetico si somma allo stress ossidativo, creando un circolo vizioso che la supplementazione con CoQ10 può contribuire a interrompere.
  • Condizioni di stress ossidativo cronico. Sindrome metabolica, diabete di tipo 2, patologie neurodegenerative e stati infiammatori cronici si accompagnano a un consumo accelerato di ubiquinolo e a un conseguente spostamento dello stato redox verso l’ossidazione.

CoQ10 e scompenso cardiaco: le evidenze cliniche

L’insufficienza cardiaca rappresenta il contesto clinico in cui il CoQ10 ha accumulato le evidenze più robuste. Due trial meritano particolare attenzione.

Q-SYMBIO (Mortensen et al., 2014)

Il trial Q-SYMBIO, pubblicato su JACC: Heart Failure (DOI: 10.1016/j.jchf.2014.06.008), resta il più ampio e rigoroso studio randomizzato controllato sul CoQ10 nello scompenso cardiaco. 420 pazienti con insufficienza cardiaca moderata-grave (classe NYHA III-IV) sono stati randomizzati a CoQ10 100 mg tre volte al giorno o placebo, in aggiunta alla terapia standard, per 2 anni.

I risultati a lungo termine sono stati clinicamente rilevanti:

  • L’endpoint primario composito (eventi avversi cardiovascolari maggiori) è stato raggiunto dal 15% del gruppo CoQ10 vs 26% del gruppo placebo (HR 0,50; IC 95%: 0,32–0,80; p = 0,003)
  • Mortalità cardiovascolare: 9% vs 16% (p = 0,026)
  • Mortalità per tutte le cause: 10% vs 18% (p = 0,018)
  • Ospedalizzazioni per scompenso cardiaco significativamente ridotte (p = 0,033)
  • Miglioramento significativo della classe NYHA dopo 2 anni (p = 0,028)

Il Q-SYMBIO ha dimostrato che il CoQ10, aggiunto alla terapia farmacologica contemporanea, dimezza il rischio di eventi cardiovascolari maggiori e riduce significativamente la mortalità.

RCT 2025 su funzione cardiaca e qualità di vita

Un trial randomizzato controllato pubblicato nel 2025 sul Journal of Clinical Medicine (DOI: 10.3390/jcm14113675) ha valutato 120 pazienti con scompenso cardiaco, randomizzati a CoQ10 120 mg/die o placebo per 6 mesi. A 6 mesi, il gruppo CoQ10 ha mostrato:

  • Miglioramento significativo del Global Longitudinal Strain (da −11,7% a −14,9%; p < 0,001)
  • Riduzione dei livelli di NT-proBNP (815,6 vs 1.378,5 pg/mL; p = 0,012)
  • Aumento della distanza al test del cammino dei 6 minuti (349,3 vs 267,0 m; p = 0,008)
  • Riduzione significativa della pressione arteriosa

Questi dati confermano che il CoQ10 favorisce il recupero della funzione contrattile e della capacità funzionale nei pazienti con scompenso cardiaco.

CoQ10 e creatina: sinergia bioenergetica (Fumagalli et al., 2011)

Un aspetto meno conosciuto ma clinicamente interessante è la combinazione di CoQ10 con creatina. Lo studio di Fumagalli e colleghi, pubblicato su Clinical Cardiology (DOI: 10.1002/clc.20846), ha testato la supplementazione con CoQ10 terclatrato (320 mg) e creatina (340 mg) al giorno per 8 settimane in 67 pazienti con scompenso cardiaco sistolico stabile (FEVS ≤ 35%).

Il razionale è elegante: CoQ10 e creatina agiscono su due nodi diversi del metabolismo energetico mitocondriale. Il CoQ10 supporta la catena di trasporto degli elettroni, mentre la creatina funge da shuttle energetico tra mitocondri e siti di utilizzo dell’ATP (sistema creatina/fosfocreatina). La combinazione ha prodotto un miglioramento significativo della capacità lavorativa totale e del consumo di ossigeno di picco (VO2 picco), suggerendo un effetto additivo sulla bioenergetica del muscolo scheletrico e cardiaco.

Implicazioni per la pratica clinica

I dati emergenti, in particolare lo studio Stürmer 2026, rafforzano un messaggio chiaro: lo stato redox del CoQ10 non è un dettaglio biochimico, ma un indicatore prognostico. Per il professionista sanitario che prescrive integrazione con CoQ10, le implicazioni operative sono le seguenti:

  • Nei soggetti giovani e sani (sotto i 40 anni), l’ubiquinone in formulazione lipidica adeguata può essere sufficiente, poiché la capacità di riduzione enzimatica è generalmente conservata.
  • Nei soggetti over 40, nei pazienti in terapia con statine e nei cardiopatici, l’ubiquinolo rappresenta la scelta razionalmente preferibile, in quanto bypassa il passaggio di riduzione enzimatica che può essere compromesso.
  • La formulazione conta almeno quanto la forma chimica: softgel con carrier lipidico, capsule fotoresistenti e co-presenza di antiossidanti protettivi sono requisiti minimi per una formulazione efficace.
  • Il dosaggio clinicamente validato nei trial sullo scompenso cardiaco è di 200-300 mg/die, suddiviso in 2-3 somministrazioni ai pasti. Per la prevenzione e il mantenimento, dosaggi di 100-200 mg/die sono generalmente considerati adeguati.
  • La co-supplementazione con selenio merita considerazione, sulla base del trial KiSel-10 che ha dimostrato una riduzione significativa della mortalità cardiovascolare con la combinazione CoQ10 + selenio nella popolazione anziana.

AKQ COMPLEX: CoQ10 in sinergia con le vitamine liposolubili

AKQ COMPLEX di NMI è una formulazione che integra il coenzima Q10 con vitamina A e vitamina K2 (MK7), creando un complesso sinergico pensato per la protezione cardiovascolare, il supporto antiossidante e la salute ossea. La presenza del CoQ10 in una matrice che include vitamine liposolubili favorisce l’assorbimento e completa il profilo di integrazione per i pazienti che necessitano di un supporto bioenergetico e antiossidante mirato.

Conclusioni

La distinzione tra ubiquinone e ubiquinolo non è una sfumatura commerciale: è una variabile clinica con impatto prognostico misurabile. Lo studio Stürmer 2026 segna un punto di svolta, dimostrando che un eccesso relativo di CoQ10 ossidato nel sangue si associa a un rischio di morte quasi doppio. Per il clinico, questo dato impone di considerare non solo se integrare il CoQ10, ma quale forma prescrivere, a quale dosaggio e con quale formulazione — personalizzando la scelta in base all’età del paziente, alla terapia farmacologica in corso e allo stato di salute cardiovascolare.


Riferimenti scientifici

  • Stürmer P, Weber KS, Strathmann EA, et al. Higher Redox State of Coenzyme Q10 Is Associated with Higher Risk of All-Cause Mortality in a Sample from the Northern German General Population. Antioxidants. 2026;15(3):343. DOI: 10.3390/antiox15030343
  • Mortensen SA, Rosenfeldt F, Kumar A, et al. The Effect of Coenzyme Q10 on Morbidity and Mortality in Chronic Heart Failure: Results From Q-SYMBIO. JACC: Heart Failure. 2014;2(6):641-649. DOI: 10.1016/j.jchf.2014.06.008
  • Fonseka O, Gare SR, Chen X, et al. Effect of Coenzyme Q10 Supplementation on Cardiac Function and Quality of Life in Patients with Heart Failure. J Clin Med. 2025;14(11):3675. DOI: 10.3390/jcm14113675
  • Fumagalli S, Fattirolli F, Guarducci L, et al. Coenzyme Q10 Terclatrate and Creatine in Chronic Heart Failure: A Randomized, Placebo-Controlled, Double-Blind Study. Clin Cardiol. 2011;34(4):211-217. DOI: 10.1002/clc.20846
  • Mantle D, Dewsbury M, Hargreaves IP. The Ubiquinone-Ubiquinol Redox Cycle and Its Clinical Consequences: An Overview. Int J Mol Sci. 2024;25(12):6765. DOI: 10.3390/ijms25126765
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