vitamina D sistema immunitario

Vitamina D e difese immunitarie: cosa dicono i trial

In sintesi

  • La meta-analisi aggiornata al 2025 su 40 studi e 61.589 soggetti non mostra una riduzione significativa delle infezioni respiratorie acute: odds ratio 0,94 (IC 95% 0,88-1,00), p=0,057.
  • La meta-analisi su dati individuali del 2017, su 25 studi e 11.321 soggetti, indicava invece un effetto protettivo: odds ratio aggiustato 0,88, che scendeva a 0,81 con dosi giornaliere o settimanali senza boli.
  • Il segnale più marcato riguardava chi partiva da valori molto bassi: sotto 10 ng/mL di 25(OH)D l’odds ratio aggiustato era 0,30 in quella stessa analisi del 2017.
  • Nel trial CORONAVIT 6.200 adulti hanno ricevuto 800 UI o 3.200 UI al giorno per 6 mesi: le infezioni respiratorie sono state 5,7% e 5,0% contro 4,6% del gruppo senza integrazione.
  • La vitamina D non previene e non cura le infezioni. Il claim EFSA ammesso è il contributo alla normale funzione del sistema immunitario; il fabbisogno LARN dell’adulto è di 600 UI al giorno.

La vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario, ma i trial di integrazione non mostrano una riduzione significativa delle infezioni respiratorie acute. Nella meta-analisi aggiornata al 2025 su 40 studi e 61.589 soggetti l’odds ratio è 0,94, con intervallo di confidenza al 95% da 0,88 a 1,00 e p=0,057. Il quadro biologico è solido, quello clinico no.

Che cosa fa la vitamina D sulle cellule immunitarie

La vitamina D agisce come un ormone secosteroideo. Il suo metabolita attivo, il calcitriolo, si lega al recettore VDR, presente su monociti, macrofagi, neutrofili, cellule dendritiche, linfociti T e linfociti B.

Sul versante dell’immunità innata il meccanismo meglio descritto riguarda i peptidi antimicrobici. Il gene della catelicidina LL-37 contiene elementi di risposta alla vitamina D nel promotore: la sua trascrizione dipende quindi dalla disponibilità del nutriente. La catelicidina viene prodotta anche dalle cellule epiteliali delle vie respiratorie. Alla stessa famiglia appartengono le beta-defensine.

La vitamina D modula inoltre la fagocitosi e l’autofagia dei macrofagi, due processi coinvolti nell’eliminazione dei batteri intracellulari.

Sul versante adattativo l’effetto va nella direzione opposta. Il calcitriolo frena le risposte Th1 e Th17, riduce la produzione di IL-17 e favorisce i linfociti T regolatori. Sulle cellule dendritiche abbassa l’espressione di CD80, CD86 e MHC di classe II. Il bilancio complessivo è quello di un regolatore, non di uno stimolante.

Questa distinzione conta nella lettura degli studi. Un meccanismo dimostrato in laboratorio non anticipa il risultato di un trial clinico, dove pesano dose, schema, durata, valore di partenza e stagione.

Che cosa mostrano i trial sulle infezioni respiratorie

La tabella raccoglie le meta-analisi e i trial di riferimento, con popolazione, schema di somministrazione, esito misurato e limiti dichiarati.

Studio Popolazione Dose e schema Esito misurato Risultato Limiti
Martineau e collaboratori, BMJ 2017 (dati individuali) 25 studi, 11.321 soggetti da 0 a 95 anni. Dosi giornaliere, settimanali o in bolo. Almeno un’infezione respiratoria acuta. Odds ratio aggiustato 0,88 (0,81-0,96); 0,81 (0,72-0,91) con dosi giornaliere o settimanali senza bolo; 0,30 (0,17-0,53) sotto 25 nmol/L di partenza. Eterogeneità elevata fra gli studi (p<0,001), con dosi, schemi e popolazioni diversi.
Meta-analisi 2021 riportata da Jolliffe e collaboratori 37 studi randomizzati. Dosi e schemi eterogenei. Infezioni respiratorie acute. Odds ratio 0,92 (0,86-0,99). Effetto piccolo, con il limite superiore dell’intervallo vicino a 1,00.
Ganmaa e collaboratori, NEJM 2020 8.851 scolari in Mongolia; il 95,6% partiva sotto 20 ng/mL di 25(OH)D. 14.000 UI a settimana per 3 anni. Ricoveri per infezione respiratoria acuta; infezione e malattia tubercolare. 29 ricoveri contro 34 nel placebo, rischio relativo aggiustato 0,86 (0,52-1,40). Nessuna riduzione. Popolazione pediatrica, schema settimanale ad alto dosaggio, esito limitato ai soli ricoveri.
CORONAVIT, BMJ 2022 6.200 adulti nel Regno Unito, con test iniziale e soglia a 75 nmol/L. 800 UI oppure 3.200 UI al giorno per 6 mesi. Almeno un’infezione respiratoria acuta di qualunque causa. 5,7% e 5,0% contro 4,6%; odds ratio 1,26 (0,96-1,66) e 1,09 (0,82-1,46). Incidenza complessiva bassa; confronto con un gruppo senza test né integrazione.
Jia e collaboratori, PLoS One 2024 12 studi, 41.552 soggetti anziani. Dosi e schemi eterogenei. Incidenza di infezioni respiratorie acute. Rischio relativo 0,99 (0,97-1,02), I²=0%, certezza moderata. Il possibile beneficio sotto 50 nmol/L non raggiunge la significatività statistica.
Jolliffe e collaboratori, Lancet Diabetes & Endocrinology 2025 40 studi, 61.589 soggetti. Qualunque dose e schema contro placebo. Almeno un’infezione respiratoria acuta. Odds ratio 0,94 (0,88-1,00), p=0,057, I²=26,4%. Asimmetria del funnel plot (test di Egger, p=0,0020); nessuna differenza per età, valore basale, frequenza o dose.

La sicurezza non è in discussione. Nella stessa analisi del 2025 la quota di soggetti con almeno un evento avverso serio è sovrapponibile fra vitamina D e placebo: odds ratio 0,96 (0,90-1,04) su 38 studi.

Perché il risultato è cambiato fra il 2017 e il 2025

La stima puntuale si è mossa poco: 0,88 nel 2017, 0,92 nel 2021, 0,94 nel 2025. A cambiare è l’intervallo di confidenza, che ora include 1,00.

L’aggiornamento ha aggiunto 6 studi randomizzati e 19.337 soggetti, fra cui un trial con 15.804 partecipanti. Gli autori hanno recuperato i dati di 16.085 soggetti, pari all’83,2% di quelli arruolati nei nuovi studi, e li hanno uniti ai 48.488 della revisione precedente.

Tre elementi spiegano la distanza dalle attese.

  • Numeri più grandi, effetto più piccolo. Con oltre 61.000 soggetti l’incertezza statistica si riduce e un effetto reale ma modesto resta comunque sotto la soglia di significatività.
  • Sottogruppi non confermati. Nel 2025 l’analisi per età, valore basale di 25(OH)D, frequenza e dose non mostra differenze. Nel 2017 la dose giornaliera o settimanale senza bolo appariva invece più efficace di quella in bolo.
  • Distribuzione asimmetrica degli studi. Il test di Egger risulta positivo (p=0,0020), un indicatore usato per valutare il rischio di pubblicazione selettiva dei risultati.

Resta un punto aperto. I trial recenti hanno arruolato in prevalenza popolazioni con valori medi già discreti. In chi parte da una carenza marcata il numero di soggetti studiati è molto più basso, e il sottogruppo del 2017 con odds ratio 0,30 non ha trovato conferma in una sperimentazione dedicata.

Chi ha più probabilità di trarne beneficio

Il criterio non è l’infezione da evitare, ma la carenza da correggere. La tabella riassume le condizioni che abbassano i livelli di 25(OH)D e il parametro da controllare.

Condizione Perché i livelli si abbassano Che cosa misurare Nota pratica
Carenza documentata 25(OH)D sotto 20 ng/mL agli esami, per apporto e sintesi cutanea insufficienti. 25(OH)D sierica; ricontrollo dopo 3-4 mesi. Sotto 10 ng/mL la correzione va impostata dal medico.
Età avanzata Dopo i 70 anni la sintesi cutanea può ridursi fino al 75%. 25(OH)D; nei fragili anche calcemia e funzione renale. Il fabbisogno LARN sale a 800 UI al giorno dai 75 anni.
Fototipo scuro La melanina filtra i raggi UVB: servono da 3 a 6 volte più minuti di sole. 25(OH)D a fine inverno, quando i valori toccano il minimo. Il rischio aumenta alle latitudini italiane, sopra i 35 gradi.
Scarsa esposizione solare Vita urbana e lavoro al chiuso: si trascorre oltre il 90% della giornata in ambienti interni e i raggi UVB non attraversano i vetri. 25(OH)D nei mesi da novembre a marzo. Da novembre a marzo la sintesi cutanea al Nord è quasi assente.
Obesità Il tessuto adiposo sequestra la vitamina D e il fabbisogno può salire di 2-3 volte. 25(OH)D con ricontrollo ravvicinato dopo l’avvio. La risposta alla stessa dose è più lenta.
Malassorbimento Celiachia, morbo di Crohn, colite ulcerosa, insufficienza pancreatica e chirurgia bariatrica riducono l’assorbimento dei lipidi. 25(OH)D e quadro ematico completo, secondo indicazione medica. Le forme liquide assunte con un pasto grasso sono più maneggevoli.
Terapie croniche Anticonvulsivanti, glucocorticoidi, orlistat e colestiramina abbassano i livelli circolanti. 25(OH)D all’inizio della terapia e in corso. Ogni aggiustamento della dose va concordato con il medico.

La logica è la stessa dell’immunonutrizione in generale: correggere ciò che manca, non aggiungere in eccesso. Il quadro dei nutrienti coinvolti è nell’approfondimento su alimentazione e difese immunitarie.

Quali valori contano e quando misurarli

Il parametro da leggere è la 25-idrossivitamina D, o 25(OH)D, con emivita di 2-3 settimane. Il referto la riporta in ng/mL o in nmol/L: 1 ng/mL equivale a 2,5 nmol/L.

Sotto 20 ng/mL si parla di carenza, fra 20 e 30 ng/mL di insufficienza, fra 30 e 50 ng/mL di intervallo ottimale. Le soglie usate dagli studi seguono la stessa scala: i 25 nmol/L del sottogruppo del 2017 corrispondono a 10 ng/mL, i 75 nmol/L di CORONAVIT a 30 ng/mL.

Il momento della misurazione cambia il numero. I valori toccano il minimo fra febbraio e marzo e il massimo a fine estate. Un dosaggio di settembre può risultare adeguato e non descrivere il resto dell’anno. Soglie, schemi di correzione e limiti di sicurezza sono trattati nella guida alla vitamina D.

Come impostare l’integrazione: criteri di scelta

  1. Prima il dato, poi la dose. Il dosaggio della 25(OH)D orienta la scelta. In assenza di esami l’integrazione resta un apporto di mantenimento, non una correzione.
  2. Assunzione continuativa. Nel 2017 le dosi giornaliere o settimanali senza bolo mostravano un odds ratio di 0,81, contro lo 0,88 complessivo. L’aggiornamento del 2025 non conferma differenze per frequenza, ma la somministrazione quotidiana mantiene livelli più stabili.
  3. Con un pasto che contiene grassi. La vitamina D è liposolubile e l’assorbimento migliora con i lipidi del pasto. L’ora del giorno non incide.
  4. Entro il limite di sicurezza. Il fabbisogno LARN dell’adulto è di 600 UI al giorno, 800 UI dai 75 anni; il limite massimo tollerabile EFSA è di 4.000 UI al giorno. Oltre questa soglia servono controlli di 25(OH)D e calcemia.
  5. Cofattori quando servono. Il magnesio partecipa alle idrossilazioni epatica e renale. La vitamina K2 interviene sulla destinazione del calcio: il tema è trattato in vitamina D3 e K2, perché assumerle insieme.
  6. Tempi di valutazione realistici. Il ricontrollo dei valori ha senso dopo 3-4 mesi di assunzione regolare, non dopo poche settimane.

Fra le formulazioni NMI, D-SHIELD, vitamina D3 liquida in gocce apporta colecalciferolo in soluzione ad alta biodisponibilità, con dose regolabile goccia per goccia. La posologia indicata è di 2 gocce al giorno, preferibilmente durante il pasto; un flacone da 20 ml copre circa 45 giorni. D-CELL, vitamina D3 in capsule apporta 2.000 UI per capsula da colecalciferolo naturale estratto dal lichene Cladonia rangiferina, in formato vegano, con 1 capsula al giorno come apporto di mantenimento. In entrambi i casi la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario e al normale mantenimento di ossa e denti.

Dove l’evidenza resta debole

Alcuni ambiti vengono citati più di quanto i dati permettano.

  • Covid-19. In CORONAVIT i casi sono stati 3,6% e 3,0% nei due bracci con integrazione contro 2,6% nel gruppo senza offerta di test, con odds ratio 1,39 (0,98-1,97) e 1,13 (0,78-1,63). Le associazioni osservazionali della pandemia non hanno trovato conferma nel disegno randomizzato.
  • Tubercolosi. Nello studio mongolo su 8.851 scolari carenti l’infezione tubercolare è comparsa nel 3,6% del gruppo trattato contro il 3,3% del placebo (p=0,42).
  • Malattie autoimmuni. Le associazioni con sclerosi multipla, artrite reumatoide e diabete di tipo 1 provengono da studi osservazionali, che descrivono correlazioni e non rapporti di causa.
  • Risposta ai vaccini. Le evidenze sono preliminari e non permettono conclusioni.

La conseguenza pratica è netta. Gli integratori alimentari non prevengono e non curano le infezioni: la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario e non sostituisce vaccinazioni, igiene delle mani, sonno e alimentazione. Il tema delle sostanze usate nei quadri infettivi, e dei loro limiti, è trattato nell’approfondimento sugli antibiotici naturali.

Quando rivolgersi al medico

Infezioni respiratorie che si ripetono, febbre oltre 3-4 giorni o sintomi che non migliorano richiedono una valutazione clinica. Un valore di 25(OH)D sotto 10 ng/mL, dolori ossei diffusi o debolezza muscolare vanno inquadrati dal medico, che imposta anche gli schemi di correzione. Serve il parere medico in gravidanza, nelle malattie renali o epatiche, nel malassorbimento, nell’iperparatiroidismo e nelle malattie granulomatose come la sarcoidosi. Chi assume anticonvulsivanti, glucocorticoidi, diuretici tiazidici o digossina concorda con il curante dose e controlli.

Domande frequenti

La vitamina D aumenta le difese immunitarie?

Il claim EFSA ammesso è il contributo alla normale funzione del sistema immunitario, non un aumento delle difese. Il recettore VDR è presente sulle cellule immunitarie e regola la catelicidina LL-37. Sul piano clinico la meta-analisi 2025 su 40 studi e 61.589 soggetti riporta un odds ratio di 0,94 per le infezioni respiratorie, con p=0,057.

La vitamina D previene il raffreddore e l’influenza?

No. Gli integratori alimentari non prevengono e non curano le infezioni. Nella meta-analisi del 2025 l’intervallo di confidenza dell’effetto include 1,00, cioè l’assenza di beneficio. Nel trial CORONAVIT, su 6.200 adulti trattati con 800 UI o 3.200 UI al giorno per 6 mesi, le infezioni sono state 5,7% e 5,0% contro 4,6% nel gruppo di confronto.

Quanta vitamina D serve per il sistema immunitario?

Il fabbisogno LARN dell’adulto è di 600 UI al giorno, che salgono a 800 UI dai 75 anni. Il limite massimo tollerabile indicato dall’EFSA è di 4.000 UI al giorno. Le dosi superiori si usano solo per correggere una carenza documentata, su indicazione medica e con ricontrollo della 25(OH)D dopo 3-4 mesi.

Meglio assumerla ogni giorno o in dose unica settimanale?

La meta-analisi su dati individuali del 2017 riportava un odds ratio di 0,81 con dosi giornaliere o settimanali senza bolo, contro 0,88 nell’analisi complessiva. L’aggiornamento del 2025 non conferma differenze per frequenza o dose. L’assunzione quotidiana con un pasto che contiene grassi mantiene livelli ematici più stabili rispetto ai boli.

Chi ha valori bassi trae più beneficio dall’integrazione?

È l’ipotesi più studiata e la meno risolta. Nel 2017 il sottogruppo con 25(OH)D sotto 25 nmol/L, pari a 10 ng/mL, mostrava un odds ratio aggiustato di 0,30. Nel 2025 l’analisi per valore basale non evidenzia differenze. Nello studio mongolo su 8.851 scolari carenti al 95,6% non è emersa alcuna riduzione.

La vitamina D serve contro il covid-19?

I dati randomizzati non lo mostrano. In CORONAVIT i casi sono stati 3,6% e 3,0% nei due bracci con integrazione contro 2,6% nel gruppo senza test, con odds ratio 1,39 e 1,13, entrambi non significativi. Le associazioni riportate dagli studi osservazionali durante la pandemia non hanno trovato conferma.

Quando conviene misurare la 25(OH)D?

I valori toccano il minimo fra febbraio e marzo e il massimo a fine estate, quindi un prelievo di fine inverno descrive la condizione peggiore dell’anno. Il test è indicato nelle categorie a rischio e dopo l’avvio dell’integrazione, con ricontrollo a 3-4 mesi. Sotto 20 ng/mL si parla di carenza.

Riferimenti scientifici

  • Martineau A.R. e collaboratori. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections: systematic review and meta-analysis of individual participant data. BMJ (2017). 25 studi randomizzati, 11.321 soggetti. DOI: 10.1136/bmj.i6583
  • Ganmaa D. e collaboratori. Vitamin D Supplements for Prevention of Tuberculosis Infection and Disease. New England Journal of Medicine (2020). 8.851 scolari in Mongolia, 14.000 UI a settimana per 3 anni. DOI: 10.1056/NEJMoa1915176
  • Jolliffe D.A. e collaboratori. Effect of a test-and-treat approach to vitamin D supplementation on risk of all cause acute respiratory tract infection and covid-19: phase 3 randomised controlled trial (CORONAVIT). BMJ (2022). 6.200 adulti. DOI: 10.1136/bmj-2022-071230
  • Jia H. e collaboratori. Vitamin D supplementation for prevention of acute respiratory infections in older adults: a systematic review and meta-analysis. PLoS One (2024). 12 studi, 41.552 soggetti. DOI: 10.1371/journal.pone.0303495
  • Jolliffe D.A. e collaboratori. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory infections: systematic review and meta-analysis of stratified aggregate data. The Lancet Diabetes & Endocrinology (2025). 40 studi, 61.589 soggetti. DOI: 10.1016/S2213-8587(24)00348-6

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Questo articolo è stato redatto con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale. Fonti, dati e citazioni sono stati verificati e il testo è stato rivisto e validato dalla redazione prima della pubblicazione.

Immagine generata con l’intelligenza artificiale.

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